Quando cade un quadro

Per anni ho recitato un monologo dove parlavo di un quadro che cadeva. Avete presente no? quando nella vostra vita in un momento qualsiasi succede qualcosa di inaspettato? Così nel monologo, quando ad un certo punto FRAANNNNN, il quadro senza motivo cade. Ecco, sappiate che il rumore che farà il vostro quadro sarà tanto più forte quanto è il silenzio che avevate intorno.

Sabato pomeriggio ho portato Matteo a cavallo, così faccio spesso da qualche fine settimana visto che il mio campione si sta preparando per le gare di volteggio. Matteo era particolarmente felice e rilassato, quel giorno era più forte del suo autismo. Eh già, perchè bambini come lui vincono o perdono tutti i giorni infinite battaglie e naturalmente noi tutti, la sua famiglia, siamo preziosi soldati al suo fianco! Quel giorno vincevamo noi.

Quando capitano questi momenti: quando il nostro campione cerca i tuoi occhi, quando il suo sorriso è pieno e consapevole, quando ti chiama e ti vuole vicino, insomma quando si vede chiaramente che tiene il suo autismo per il collo e sta vincendo la sua battaglia, beh in quei momenti ci ricarichiamo di forza e speranza.

E capita che in quei momenti Matteo tira fuori le sue emozioni e i suoi sentimenti migliori. E allora giù a giochi, coccole, abbracci, baci e ogni altro mezzo per dirci che ci vogliamo bene. Perchè dovete sapere che a voce, Matteo, non me lo ha mai detto. Già, in 8 anni non mi ha mai detto che mi vuole bene. So cosa penserà qualcuno di voi: “ma te lo dimostra!”. E certo non ho dubbi che Matteo mi voglia bene, ma la mancanza di queste tre piccole parole fanno parte di un inseme di cose, di un insieme di troppe cose a cui noi “famiglie autistiche” abbiamo dovuto rinunciare!

Insomma quel giorno stavamo così bene che quasi mi dispiaceva lasciarlo al maneggio. Anche Matteo non era particolarmente felice di rimanere lì, mi stringeva la mano e voleva palesemente che restassi con lui, cosa che non era possibile durante gli allenamenti.

Così cercai di tranquillizzarlo dicendogli che sarei tornato in poco tempo a riprenderlo e che doveva allenarsi per diventare bravo sul cavallo. Arrivò il momento di lasciarsi la mano e di lasciarlo lì insieme agli altri bambini. Naturalmente quella, a parte la felicità di quel giorno, era una scena vista e rivista durante diversi fine settimana ma proprio dopo aver lasciato la sua mano, Matteo mi guarda e… cade il quadro!

“Papà… ti voglio bene!”

Un rumore forte assordante è l’unica cosa che posso paragonare alla sensazione che mi ha assalito e che in una frazione di secondo ha cancellato infiniti giorni in cui ho aspettato quel momento. “Papà, ti voglio bene!” non è stata solo la comunicazione di un sentimento, non so spiegarvi, era come se tutto quello di cui avevo sempre avuto bisogno fosse racchiuso in quelle parole, come se da li in poi, non avrei più avuto bisogno di niente.

Non so se qualcuno mi ha visto in quel momento, perchè non ho saputo trattenere l’emozione, non avrei mai potuto trattenerla. Matteo aveva scatenato in me un flusso di emozioni pari a uno sciame d’api impazzito. Così l’ho abbracciato, non volevo vedesse le mie lacrime, non volevo che magari le scambiasse per qualcosa di diverso. Poi gli ho dato un bacetto e l’ho lasciato al suo allenamento.

FRANNNNNN!!! il mio quadro ha fatto un bel rumore e adesso, a distanza di poco tempo, so bene cosa ha lasciato in me… una infinita speranza!

Ti sembrerà strano

Io non parlo tanto bene e ti sembrerà strano,
ma se mi guardi negli occhi, troverai tante parole non dette.

A volte non capisco cosa vuoi e ti sembrerà strano,
ma se apri le tue braccia mi getterò su di te stringendoti forte.

Ho difficoltà con i sentimenti e ti sembrerà strano,
eppure nelle mie risate troverai il più gioioso dei bambini.

Faccio cose strane e certo questo ti sembrerà strano,
ma è solo perchè fuggo dalla frustrazione di non capirti.

Sono un bambino! e se questo non ti sembrerà strano,
devi solo camminare affianco a me tenendomi per mano.

Io e te verso l’infinito e oltre!

Auguri a mamme e papà

Cara Mamma e Papà del compagno o della compagna di mio figlio Matteo, non posso quest’anno non mandarvi gli auguri per le feste, non posso, perchè è così che si fa per le persone vicine e per le persone che in qualche modo ti hanno dimostrato affetto, vicinanza e amore. Lo avete dimostrato a me e alla mia famiglia nel modo più bello possibile… lo avete dimostrato oggi attraverso i vostri bambini. In ogni bambino che durante la recita di fine anno ha preso per mano Matteo, ho rivisto voi e gli insegnamenti che gli avete dato. In ogni bambino che pazientemente oggi è rimasto vicino a Matteo, anche quando i suoi comportamenti non erano giusti o addirittura potevano dar fastidio, ho visto voi e la vostra saggezza nel crescere bambini con una mentalità aperta alla diversità, bambini che crescono con il concetto che “nessuno resta indietro!”.
Quindi caro mamma e papà, vi auguro di cuore tanti Auguri! E che quelle mani che stringevano le mani di mio figlio, vi restituiscano i frutti migliori dei fantastici doni che oggi state seminando.
Papà Luca

Volteggiando

Qualche tempo fa parlando di Matteo ci dissero che era bene facesse delle attività che lo stimolassero. E bene qualche tempo fa mio figlio ha iniziato ad andare a cavallo. Ora, per un normo-bambino andare a cavallo a 8 anni già è di per se un’attività niente male, se parliamo poi di un bambino che ha come super poteri l’autismo la cosa si fa diversa. Tutto questo però ha iniziato a prendere una piega strana quando Matteo ha iniziato a prendere lezioni di volteggio!

Il volteggio per chi non lo sapesse è una disciplina equestre che richiede di eseguire figure su un cavallo che va al passo o al galoppo a tempo di musica. La musica! Quella per cui Matteo anche se a basso volume, mette le mani alle orecchie! Figure su un cavallo? Ma Matteo a volte ha difficoltà a mettersi le scarpe???

Domenica, ore 16:00 “Matteo Ortolani” viene annunciato dagli altoparlanti e sta per entrare in pista in una gara ufficiale di volteggio. Ha 8 anni e un sorriso di quelli che illuminano, ed io in quel momento ho dato via un po di lacrime, quelle che mi tengo strette nei momenti difficili. Mio figlio ha volteggiato! Ha fatto le figure “obbligatorie” e per me era come volasse su quel cavallo!

Abbiamo solo un limite, noi stessi e quello che cercano di imporci… combatto continuamente contro i limiti che l’autismo vuole farmi credere abbia mio figlio. E’ ora di non ascoltarlo più!

Ho visto una festa!

Ho visto… cose che voi normo-famiglie “forse” non potete capire.

Ho visto… la festa di compleanno di mio figlio! Mio figlio ha avuto la sua prima festa di compleanno! Mio figlio ha compiuto 7 anni! E voi normo-famiglie “forse” non potete capire la gioia nel vedere il proprio figlio che finalmente è consapevole che quella è la sua festa, che quelle persone sono lì per lui, che la canzoncina che cantavano era proprio per lui!

Ho visto… una festa iniziare tardi rispetto all’ora comunicata. Non arrivava nessuno. Forse per voi è normale, ma ho visto una mamma e un papà, noi, terrorizzati all’idea che in quella festa non venisse nessuno. Voi normo-famiglie “forse” non potete capire che significa avere il terrore costante dell’emarginazione. Avere costantemente paura che vostro figlio venga isolato, ancora più dagli altri rispetto a quanto già fa il maledetto autismo.

Ho visto… in una festa una esplosione di gioia, la nostra, quella di Matteo, dei suoi amici. Sì, amici! Quale magia ha portato quelle persone nella vita di nostro figlio? Io le ho osservate, con il pregiudizio, io… si! io ho avuto pregiudizio. Ho scrutato i vostri gesti, le vostre parole, alla ricerca di cattiveria, perchè dovevo difendere mio figlio da voi normo-famiglie che “forse” non potete capire! E forse non ho osservato bene, o forse avete finto bene! Perchè sembrava altrimenti come si spiega quel che ho visto?

Ho visto… durante la festa, normo-bambini preoccuparsi per mio figlio! Prendergli la mano, aiutarlo a salire sul gonfiabile, accompagnarlo. Ho visto mio figlio bambino tra bambini!

Ho visto… e rivisto per decine di volte un video di 27 secondi! Tanto il tempo che occorre a cantare “tanti auguri a te”. In quel video ho visto un bambino, mio figlio, che per la prima volta ascoltava un gruppo di bambini cantare la canzoncina per lui, e godeva e sorrideva e ha spento le candeline subito dopo senza esitare, l’ho visto per la prima volta dopo 7 anni.

Ho visto… in una semplice festa di compleanno la possibilità che questo mondo possa cambiare e finalmente stringersi intorno a tante altre torte che troppo spesso portano candeline che nessuno spegnerà.

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Per quando…

shutterstock_55878043Non hai colpa tu e forse nemmeno io,
è stato un momento lo sa pure Dio.
Adesso son qui, no, non me ne vado,
adesso son qui e ti ascolto e ti vedo…
…e non tornerò indietro.

Perché tutti i bambini hanno un loro papà…
…per quando il silenzio d’un tratto arriverà,
…per quando la tua notte è così lunga e scura,
…per quando anche il giorno ti fa tanta paura.

Sei solo un pulcino, ma già sai volare.
sai nelle tue storie io vorrei volteggiare,
come quando ti alzo e tu sbatti le ali,
volerei insieme a te lontano dai tuoi mali…
…lontano dai tuoi mali.

Perché tutti i bambini hanno un loro papà…
…per quando quel gesto di nuovo si ripeterà,
…per quando quello sguardo è così spento e lontano,
…per quando quella farfalla muove la tua mano.

Dentro al tuo mondo non devi restare
ma lascia ogni giorno che io ti possa amare.
Guarda i miei occhi ancora che oggi giochiamo
e sulle mie spalle io ti porto lontano.

Dalle tue orecchie ora togli le mani,
niente paura quando arriva domani.
Abbracciami forte adesso e non temere,
papà ora è quì e non ti fa cadere.

Perché tutti i bambini hanno un loro papà…
…per quando il rumore così forte li spaventerà,
…per quando quella luce è così luminosa,
…per quando faticano a dire una semplice cosa.

Perché il mio bambino ora ha il suo papà…
…per quando il giorno di nuovo ci sorprenderà,
…per quando non avremo più paura di niente,
…per quando tutto questo sarà poco importante…
…non conterà più niente.

(LDO)

L’Estate di San Martino

Capita ogni tanto che da genitore separato, ho delle ore una tantum da dedicare ai miei figli, magari anche in concomitanza del fatto che li vado a prendere a scuola. E’ capitato oggi, quando ho preso Elisa alle 16:00 e l’avrei dovuta riportare a casa dalla mamma alle 17:00. Un’ora insieme! Ora, in un’ora si possono fare molte cose, ma quando Doriana mi ha detto che in quell’ora, se ci riuscivo, dovevo anche fargli imparare la poesia “San Martino” di Giosuè Carducci, non ero proprio contento. Avete presente no? “La nebbia gli irti colli pioviggiando sale…”. elisa1

A parte che quella poesia mi ricordava tristemente la canzone di Fiorello, c’era pure il fatto che in quell’unica ora che quel giorno avrei passato con  mia figlia, proprio non mi andava di dedicare del tempo a Giosuè Carducci. Insomma, ero abbastanza scocciato, finchè mi è venuta un’idea tanto stramba quanto assurda.

Ore 16:00 sono fuori scuola di Elisa, la prendo e le dico che dobbiamo assolutamente imparare la poesia. Ora, il fatto è che Elisa sa bene che da papà “attore” quale sono, imparare la poesia non significa soltanto impararla a memoria, ma comprenderla e saperla recitare con sentimento! Ed è per questo che ho pensato ad un posto particolare dove passare la nostra ora per imparare quella poesia.

Arriviamo 10 minuti dopo. Parcheggio la macchina. Non c’è un’anima “viva” in giro. Un piccolo cartello indica che la chiusura sarà proprio alle 17:00 quindi perfetto per noi. Non dico niente ad Elisa, non le spiego dove stiamo andando. Lei è curiosa ma ovviamente si fida e mi segue nel lungo viale che stiamo imboccando.

Dopo un bel pezzo a piedi in quello che è una specie di parco ben curato, ci fermiamo davanti ad un lungo muro di pietra con una porta al cui fianco è fissata una scritta in bronzo “1939 – 1945 Deutscher Soldatenfriedhof” ovvero “1939 – 1945 Cimitero Militare Tedesco”. Elisa non capisce.

Prima di attraversare quella porta, spiego ad Elisa che quello è il periodo della 2° guerra mondiale; che i Tedeschi erano nostri alleati ma sono stati anche nostri invasori; che hanno sterminato milioni di ebrei; che volevano conquistare il mondo intero; che in quel periodo sono stati in qualche modo, la rappresentazione del male. E proprio in quel momento, ovvero nel momento in cui avevo dipinto nel peggiore dei modi l’esercito tedesco, l’ho invitata ad attraversare quel muro.

27.443 sono i soldati tedeschi sepolti a Pomezia. Elisa, immobile affianco a me, guarda incredula le migliaia di lapidi perfettamente allineate su un bellissimo prato verde. Allora le spiego che la maggior parte di quelle lapidi copre il corpo di giovani ragazzi che hanno lasciato la loro famiglia per non ritornare più a casa, le spiego che quello che ha davanti è il risultato delle guerre, le racconto che nonostante le guerre, l’odio, la cattiveria,  alla fine gli uomini si ritrovano tutti lì, sotto terra, tutti uguali.index

Poi ci avviciniamo alle lapidi e insieme iniziamo a leggere le date per calcolare rapidamente l’età di quei soldati. Elisa rimane stupita quando scopriamo che la maggior parte di loro ha poco più di 20 anni.

Ad un certo punto però mi chiede: “papà ma perchè siamo qui?”. Non le rispondo,  le chiedo di seguirmi e la accompagno fino ad una specie di altare rialzato che si trova in fondo al cimitero. Da quel punto si domina tutta la distesa di lapidi. Quindi tiro fuori il quaderno dal suo zaino e la invito a ripetere la poesia per poi spiegarle che avremmo dedicato quella poesia a tutti quei ragazzi.

Credetemi, è stato bello vedere che Elisa si è impegnata da subito non in una semplice lettura, ma in una vera e propria interpretazione di quella poesia. Era come se sentisse effettivamente la presenza di quelle 27.443 persone che in quel momento la stavano ascoltando. Ed è così che è andata.

Non potevamo trovare un luogo più tranquillo per dedicarci alla poesia di Carducci, non potevamo trovare un motivo più valido per dedicarci ad una sentita interpretazione e sono sicuro che se da qualche parte quei ragazzi potevano sentirci, beh, erano ben felici che una bambina di 9 anni fosse venuta a dedicare loro una poesia.

Ore 16:45 tra circa 15 minuti il cimitero chiude ed io ho paura che chiudano i cancelli e restiamo dentro, così chiamo Elisa e andiamo via. Uscendo, noto che c’è in un angolo il classico quadernone dove è possibile lasciare scritto un pensiero, così lo spiego ad Elisa e le chiedo di scrivere qualcosa.elisa2

Ora, che ci si può aspettare da una bambina di 9 anni? Magari un “Ciao da Elisa”, invece dopo pochi secondi la vedo prendere la penna e scrivere: “Riposate in pace senza guerra e ansia di morire”. Quella frase mi colpisce, la parola morte non è mai bella detta da un bambino e pensando male le chiedo: “Scusa Ely, ma perchè… tu hai ansia di morire?” e lei con naturalezza mi risponde: “papà, ma se questi ragazzi erano in guerra, io mi immagino che mentre combattevano avevano l’ansia di morire, non credi?”.

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Pomezia Diamonds Majorettes

Quando mia figlia qualche tempo fa è venuta tutta contenta a dirmi che si era segnata ad un corso di majorette non ero proprio uno dei papà più felici del mondo. L’immagine di mia figlia che tipo una cheerleader di quelle americane sculettava sorridente gridando datemi una “P” datemi una “O”…. “POMEZIA” già si era impossessata di me!14713639_634465266735022_7890125663411914058_n

Dopo qualche tempo però ho iniziato a notare una cosa: mia figlia aveva sviluppato una determinazione ed una volontà per questo “sport” che prima, nelle altre attività, non aveva mai avuto. Danza, nuoto, cavallo erano tutte attività che in qualche modo l’avevano entusiasmata, ma quello che succedeva adesso era qualcosa di diverso.

“Il bastone”, così si chiama l’asta metallica fatta roteare dalle majorette, era diventato qualcosa che da lì in poi avrebbe accompagnato le sue serate davanti al televisore. E così: roteare, lanciare, riprendere, marciare, fare acrobazie erano diventate il suo quotidiano. E’ stato in quel momento che ho iniziato a capire che essere majorette trascinava con se dei lati del tutto inaspettati.

Giovedì 2 giugno 2016 partiamo per Lignano Sabbiedoro dove le ragazze del Pomezia Diamonds, tra cui la mia Elisa nella categoria Minor, partecipa ai campionati Italiani.

Non so descrivere le emozioni che hanno accompagnato i 4 giorni passati insieme a queste ragazze ma ora so di essere un papà felice che sua figlia abbia scelto di essere una “diamantina”.

Descrivere la continua ricerca dell’eleganza, nonostante lo sforzo fisico, il sorriso, nonostante la concentrazione, è una cosa impossibile con le parole. E poi osservare le ragazze strette e vicine nei momenti felici, ma ancora più vicine nei momenti tristi, fa capire qual’è il vero senso del gioco di squadra.

Il bello sta proprio nel vedere queste eleganti ragazze, cimentarsi in esercizi difficilissimi e vederle continuare, anche se si sbaglia, anche se in quel momento un ago conficcato nella mano che ha fatto scivolare il bastone a terra, avrebbe fatto meno male del dolore che si prova dentro. Perchè quell’esercizio sono sicuro che l’hanno provato per ore ed ore davanti alla tv proprio come fa Elisa. E poi il bastone, che ci si mette pure lui a cadere lontano, ed a farsi rincorrere!

Eppure il sorriso è sempre la, delle volte va via per pochi secondi, appena necessari a concentrarsi per un passaggio difficile, a cercare in tutti i modi di non sbagliare, ma poi torna e diventa più raggiante quando quel bastone lanciato in aria torna sicuro nella propria mano.

Giovedì 2 giugno 2016, abbiamo fatto 700 km per ritrovarsi ad applaudire anche l’avversario, già perchè questo dovrebbe essere l’atteggiamento di ogni sport. In questo sport, si applaude forte quando il bastone in aria viene preso al volo, ma si applaude ancora più forte quando cade a terra e non importa il colore della divisa…. o quasi!

Una difficile consapevolezza

Mercoledì 2 Luglio 2014, compleanno di mio figlio Matteo. Beh, direte voi, un giorno importante ma sicuramente un compleanno come tanti: Festa di bambini, regali, musica, candeline. Quel giorno invece è stato probabilmente uno dei giorni più brutti della mia vita.

Quel giorno, di colpo, inaspettatamente, mi è stato consegnato un altro bambino… un altro… così.logo_waad_w150

Martedì 1 Luglio 2014, il giorno prima. Abbiamo appuntamento all’ospedale Bambin Gesù per una visita di controllo. La pediatra dice che è un po strano che Matteo abbia quasi 3 anni e ancora non parla e ha così poco coordinamento motorio, insomma, meglio farlo vedere. Doriana è preoccupata, ma io, con il mio solito ottimismo, le dico che andiamo a perdere tempo che Matteo è solo un bambino che ha bisogno di più tempo e che tutto si aggiusterà.

Entriamo nell’ospedale, reparto neuropsichiatria infantile. Siamo in sala d’attesa e noto da subito la presenza di altri bambini in effetti un po strani. Fino a quel momento avevo sempre sostenuto ed ero vicino al mondo della disabilità, in quel preciso istante invece il mio sentimento era di totale allontanamento, ero infastidito da loro. Noi con quei bambini non centravamo niente. Non è lì che dovevamo stare.

Siamo in attesa, da ore, Matteo non si tiene più, è stanco ma agitato, l’ambiente dell’ospedale non è certo accogliente e per di più si ritrova mamma e papà più nervosi di lui. Ci chiamano dopo ore di attesa.

Le visite, durano poche ore, ma sono estese su due giorni nei quali abbiamo perlopiù aspettato seduti. Quei brevi esami sono stati qualcosa di indicibile. Non eravamo pronti, nessuno ci aveva spiegato. Al tuo bambino, al pari di una cavia vengono fatti fare dei giochi con forme, colori, numeri, ma il tutto con assoluta freddezza e pochissimo tempo a disposizione.

Un bambino di 3 anni, che per ore ha aspettato seduto, che si trova in un ambiente ostico quale quello di un ospedale, d’improvviso deve impilare forme, appaiare colori e riconoscere immagini. L’istinto di alzarsi e portarlo via è scattato più di una volta. Il fatto è, che negli occhi della dottoressa che lo esamina, si legge qualcosa, ma forse mi sbaglio, forse anche lei è stanca.

Secondo giorno. Dopo le “visite” veniamo chiamati in una stanza. C’è un altro dottore, forse il primario, sembra che lui è quello che sa. Inizia a fare tutto un discorso e più volte ci chiede “ma voi come vi sentite? Siete preoccupati?”. Certo che non sono preoccupato, ma cosa stai dicendo? Matteo è un bambino normale penso io. Poi, dopo il giro di parole, arriva alla sua sentenza: “Il bambino ha in effetti un disturbo dello spettro autistico”.

Dottore, ascolti…” e finalmente mi sfogo, e spiego al dottorino che probabilmente il loro metodo non funziona bene… che non è possibile stressare genitori e bambini tutte quelle ore… che non può in poche ore capire che il mio bambino non è il mio bambino… ma un altro… un altro bambino.

Il dottore, con la calma e la pazienza di chi ha già ascoltato quelle polemiche, di chi sapeva già cosa avrei detto, di chi semplicemente fa il suo lavoro, mi dice che sì, è vero, qualche volta può sbagliarsi, ma statisticamente solo nel 3% dei casi.

Siamo in macchina, di ritorno, Matteo dorme, noi siamo in silenzio. Rompo io il silenzio. Il fatto è che lì, in quel momento, ancora pensavo a quel 3%. E’ poco il 3%, non ci metteresti sopra un euro, ma in quel momento era tutto quello che avevo.

Vedrai...” dico a Doriana, “… torneremo tutti e tre, tra qualche anno, da questo imbecille e indosseremo una bella maglia con sopra scritto “noi siamo il 3%!!!””.video_autismo_conoscere_comprendere

Mercoledì 2 Luglio 2014 compleanno di mio figlio Matteo. Quel giorno non è cambiato solo Matteo, d’improvviso noi stessi abbiamo iniziato a trasformarci, e solo ora so che ci saremmo trasformarci in delle perfette macchine da guerra.

Matteo è nervosissimo, troppa gente a casa nostra. La festa, la musica. Inizia a tapparsi le orecchie, inizia a piangere, ad urlare. Chiedo all’animazione di spegnere la musica, mi guardano come a dire se ero impazzito. Anche senza musica, mentre tutti gli altri bambini si divertono, urlano e giocano, Matteo piange. Lo prendo e lo porto via, fuori in strada, diventa ancora più nervoso, vuole tornare a casa sua. Non so che fare… non so come comportarmi… non conosco mio figlio… è un altro.

Si affaccia sulla strada mio padre, mi chiede di entrare che c’è la torta, le candeline da spegnere. Non so se spegnerà quelle maledette candeline, ma almeno finisce sta festa di merda e tutti se ne vanno a casa propria e il mio bambino si calmerà.

L’autismo è così: è musica assordante; è colori accecanti, odori nauseabondi, forme spaventose e altre cose che forse nemmeno possiamo immaginare. Solo questo avevo capito i primi giorni andando a documentarmi.

Quello che non avevo ben capito invece, è che i bambini autistici, sono bambini! sono emozioni, amore, affetto, sono qualcun altro sì, ma come qualsiasi altro bambino. “Hanno” un disturbo e non “sono” il disturbo.

Non “sono” disabili ma “hanno” una disabilità. Imparate questo, vi prego.

2 Aprile 2016, Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo. Ieri sera quando sono tornato a casa da lavoro, Matteo mi ha salutato sorridendomi. Vi chiedete qual’è la notizia? È semplice, ma sorprendente, meravigliosa e immensa… la notizia è che mi ha salutato sorridendomi.

Macchine da guerra, questo ora siamo io e mia moglie. Ma abbiamo con noi un esercito. La prima è Elisa, nostra figlia, prima terapista di Matteo. Nessuno gliel’ha chiesto, nessuno le ha spiegato cos’è l’autismo, in realtà nessuno le ha nemmeno mai detto che suo fratello HA un disturbo. Eppure, Elisa, fa tutte quelle cose che io e Doriana abbiamo dovuto imparare nei corsi di Parental Training. Guarda noi e lo rifà, ma meglio di noi, con l’innocenza e la semplicità dei bambini. Matteo è fortunato.

12801284_1661964267387330_4236690098659211736_nPoi nel nostro esercito, ci sono loro, i nostri angeli, le NOSTRE terapiste. Loro sanno cosa significa fare di un lavoro una passione. Oggi voglio abbracciarle tutte.

Macchine da guerra siamo. Un esercito. Probabilmente un giorno compreremo una divisa, una bella maglietta con scritto “Noi siamo il 97%” ma siamo qui, ora. Combattiamo una guerra non solo contro un “disturbo” ma anche contro una festa di compleanno che abbiamo intorno, dove c’è musica assordante, gente che non capisce, ma soprattutto gente a cui non importa niente di capire. Combattiamo anche contro di loro.

L’autismo non è contagioso! se mai lo può essere la gioia di Matteo. Strano no? Con tutti i problemi che ha, direste voi! E’ un bambino gioioso? Forse no, non è strano. Forse tutto l’amore e le attenzioni che ha addosso… come potrebbe essere triste.

Consapevolezza dell’autismo… difficile… anzi quasi impossibile se non ti avvicini, se non fai parte di questo mondo. La consapevolezza non deve fermarsi alle difficoltà degli autistici, ma deve spingersi a tutta la famiglia che gli è vicina, solo così aiuterete il nostro esercito a vincere questa guerra.

Siamo troppo normali

Qualche giorno fa un po distrattamente, mentre cucinavo, sentivo mio figlio che vedendo in TV un cartone che chiedeva quali oggetti erano saliti più in alto se quello rosso blu o giallo, rispondeva sempre al contrario, ovvero indicava, sbagliando, sempre l’oggetto più in basso. Così come qualche volta faccio, ho pensato alle limitazioni di mio figlio autistico rispetto ad altri bambini.

Poi però, un po infastidito, ho smesso di cucinare e mi sono soffermato ad osservarlo meglio, perchè proprio non capivo come potesse sbagliare quelle semplici domande, ed è li che ho notato una cosa. Ogni volta che il cartone faceva la domanda, Matteo con un gesto rapidissimo che prima non avevo notato, abbassava la testa fino alle ginocchia per guardare la TV al contrario e poi rispondeva. Che cosa ho provato? non solo gioa, ma mi sono sentito decisamente troppo “normale”.