16.10.2011 Perchè questo blog? perchè amo scrivere e siccome mi ritrovo molti file sul computer e tanto timore di perderli, ho deciso di inserirli pian piano in questo blog così da lasciarli per sempre nell’eterna memoria di Internet, ma anche di condividerli con chi mai avesse il piacere di leggerli.

Stai pe’ diventà padre

Stai pe’ diventà padre…
e pe’ certe cose… stamme a sentì:
dovrai attaccà er cappello.
Hai capito che te dico? nun poi fa più er monello!

Stai pe’ diventà padre…
ch’avrai ‘n chiodo fisso ‘n testa…
ma che stai a pensà? mica quello!
la creatura… er motivo della festa.

Stai pe’ diventà padre…
e certo… e che ce vò?
togli er pannolino, st’attento ar vestitino,
sciacquaie er culetto, poggialo sul letto.
“Attento che te cade! metteie er ciuccetto…”
“Oddio l’ha sputato! è annato sotto al letto.”
“E so giorni che nu dorme! ‘so le colichette!”
er ciuccio, l’aria quanno magna…
…ma la cacca l’hai guardata?

Stai pe’ diventà padre…
nun so ditte che vordì, nun l’ho capito manco io,
la vita m’è cambiata eppure ancora so contento,
perchè co’n pupo tra le braccia te scordi tutto quanto.

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Diario di un condottiero

Il tempo scandisce periodi ben precisi della nostra esistenza, talmente precisi che a volte sembra di viverli e ricordarli come se appartenenti a nostre vite precedenti.
In una mia vita precedente ad esempio, ricordo di esser stato un condottiero, uno di quelli che sfidano i mari, sbarcano su isole remote e affrontano gli imprevisti e gli eventi senza paura! emhh va beh, proprio senza paura no, ma ricordo un episodio che da solo rappresenta e racconta tutta la mia vita di condottiero dei mari. Continua a leggere

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L’ultimo muro

Vi siete mai chiesti con chi avrete a che fare per l’ultima volta? L’ultima volta! esatto, sto parlando proprio dell’ultima; quella estrema. Di chi per l’ultima volta avrà bisogno il vostro corpo? un prete?… un becchino?… no… nessuno di questi! l’ultimo, ma proprio l’ultimo, molto probabilmente sarà un semplice muratore.

Me ne accorsi quel giorno, quando nel silenzio più totale un semplice muratore tirava su l’ultimo muro, quello che per sempre avrebbe diviso il mio caro nonno da me, da noi, dalla famiglia, dalla sua tanto amata moglie. E mentre con la cucchiaia e la calce, il semplice muratore tumulava il loculo, a forza io mi tenevo in gola un urlo : “fallo ad arte quel muro!” e immaginavo mio nonno, un semplice muratore, che scuoteva la testa, come spesso faceva quando vedeva un altro usare la cucchiaia, e sapevo benissimo che se fosse stato lì, glie l’avrebbe strappata di mano per fargli vedere lui come si faceva.

Mio nonno era uno tosto! ma nel vero senso della parola, le mani indurite dalla calce potevano graffiarti con una semplice carezza. Ma era anche tosto quando si trattava di lavorare. Le cose non si dovevano fare bene, si dovevano fare semplicemente come diceva lui. Però, come tutte le persone vere, quelle fatte di cuore e sudore, quando gli chiedevi qualcosa non sapeva tirarsi indietro. Così spesso a casa mio padre, mio zio o altri parenti gli chiedevano piccoli lavoretti di muratura, e lui, oltre a non dire mai di no, sfoggiava in quei lavori la sua arte. E quando dico arte, non mi riferisco al solo mestiere, ma ad un certo lato artistico con il quale realizzava le sue opere. Negli anni ho spesso aiutato mio nonno nei suoi lavori e inevitabilmente da lui ho imparato molte cose riuscendo perfino a realizzare delle murature, però mi dicevo: “un giorno quando mi farò casa gli chiederò di aiutarmi a sistemarla” perchè volevo anche a casa mia qualche espressione della sua arte.

Poi arrivò quel giorno, avevo una casa tutta mia e dovevo sistemarla e come di solito viene fatto per le ristrutturazioni, cominciai dalla recinzione. Avevo allargato il cancello che però aveva inevitabilmente richiesto la demolizione di un muretto che bisognava rifare. Chiamai mio nonno, felice finalmente di coinvolgerlo nei lavori. Ma quando gli chiesi se poteva rifarmi quel muro, rimasi deluso dalla reazione. Non disse di no certo, come al solito non si tirò indietro, ma quello spirito che da sempre lo animava si era sopito nella stanchezza degli anni. Quei callarelli erano diventati più pesanti e sempre più lenti erano quei movimenti ripetitivi della cucchiaia che attacca la calce che a me tanto piacevano.

La cosa più triste del passare degli anni è quella repulsione involontaria che abbiamo della vecchiaia. Tendiamo a non vederci vecchi, non vogliamo vederci vecchi e per non vederci vecchi non vediamo nemmeno invecchiare i nostri cari.

Mio nonno fece quel muro, l’ultimo muro, muro che ancora oggi è lì, ed io capii che da quel muro in poi, avrei dovuto cavarmela da solo.

L’ultimo muro è quello che chiude per sempre i nostri cari nei nostri ricordi e dietro il mio muro, mio nonno è ancora lì e continua incredibilmente a segnarmi la strada.

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Ninna nanna

L’occhietti tuoi se chiudeno
dorcemente me saluteno.
Sei stanca, l’ho capito,
a fatica me strigni er dito.

Ogni tanto li riapri…
n’te preoccupà nun me ne so ito.
Sto qua! c’è pure mamma,
a sentì sta ninna nanna.

Da sola nun te lasciamo.
Forse dopo, quanno dormi,
quanno piano sul divano
penseremo ar fratellino.

Stella mia quanto sei bella
quanno me fai quella risatella;
sei capace con un niente
de famme sentì così importante.

Dormi piccola…
…nun pensà a niente:
la giraffa e il fiorellino
te li tiene papà, te li mette vicino.

“Ninna nanna, ninna o,
questa pupa a chi la do.
Me la tengo tutta io
perchè è un dono del buon Dio”

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Il cedro regalato

C’è un cedro nel tuo orto che io t’ho regalato
te lo diedi brutto e storto, n’alberello malandato.
Mo’ ‘sta pianta zitta zitta a quella terra s’è aggrappata
e tu lo sai quant’è ricca, ‘pe quant’anni l’hai lavorata.

Negli anni me so chiesto se davvero ‘pe te era bello,
perchè l’avevi messa a pochi passi dal cancello.
E sì che te piaceva, solo dopo l’ho capito,
quando un giorno m’hai chiamato ‘pe famme vedé ch’era cresciuto.

C’è un cedro nel tuo orto che io t’ho regalato
e quanto t’assomiglia mo che è arto e ben formato.
Sta lì al cancello zitto zitto, in disparte, è riservato
e solo si arzi l’occhi te poi accorge ‘ndo è arrivato.

Chi entra nun se n’accorge, giusto il tronco po’ vedé,
perchè solo chi lo conosce la parte bella sa qual’è;
na chioma rigogliosa che te guarda da lassù
e se scusa per le radici un po’ come facevi tu.

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